Memorie di una ladra
Dacia Maraini
Superbur, Bur, 7.80 €
Nell’ultimo anno ho letto diversi libri con protagoniste femminili, questo romanzo di Dacia Maraini – molto diverso per stile e argomento dagli altri suoi letti in passato – mi ha colpito particolarmente perché è basato sulla vera testimonianza di una detenuta che la Maraini aveva incontrato per caso durante un’inchiesta da lei stessa condotta riguardo le carceri femminili italiane iniziata alla fine degli anni ’60.
Alla storia di Teresa, questo il nome della donna, sono state inserite anche altre storie sentite nelle stesse prigioni.
Teresa racconta la sua vita dal momento della nascita nel 1918 in una famiglia povera e numerosissima, poi via via ripercorrendo la sua infanzia fino all’età matura nel primi anni ’70 (il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1973).
Nella vita di Teresa è successa ogni cosa, ma l’episodio che fa scaturire tutto è quello avvenuto all’età di diciotto anni, in cui finisce per strada dopo un litigio col padre che aveva deciso di risposarsi dopo esser rimasto vedovo. Viene così attirata dalle buone promesse di un giovane ragazzo della zona che la introduce nella sua famiglia; questo però punta solo alla dote della ragazza e quando per sbaglio Teresa rimane incinta tutti i famigliari capiscono che in realtà lei è stata effettivamente diseredata dal padre.
Il matrimonio però si fa lo stesso, ma senza la certezza di un ritorno economico il giovane e la sua famiglia non sono intenzionati a mantenere Teresa che, partorito il figlio che aspettava, viene rinchiusa con assurdi raggiri in manicomio.
Da lì riuscirà ad uscire con l’aiuto di uno dei suoi fratelli e riconciliatasi col marito cercherà di sistemare la sua vita con il costruire un nucleo famigliare adeguato per il bambino appena nato.
Questo però per mancanze sue e dello stesso marito non avverrà mai. Il bambino crescerà praticamente con le zie paterne e i due continueranno a vivere alla giornata, senza quasi uno scopo per il futuro.
Mentre sullo sfondo l’Italia cambia, scoppia la Seconda Guerra Mondiale, arriva il boom economico degli anni ’60, Teresa continua a vivere ai limiti della società con un passato e un presente da borderline, vivendo di furti e truffe che non sempre le riescono bene. Trascorrerà così diversi anni della sua vita in carcere – passando anche per il manicomio criminale – in atmosfere violente e dove la promiscuità sessuale è alla base di quella vita quotidiana rinchiusa fra quattro mura; quando non è in galera Teresa si divide tra il ricordo del figlio, che con il pensiero non abbandonerà mai, la frequentazione della Roma dei bassifondi tra ladri, prostitute e truffatori, quasi tutti alloggiati in squallide stanzette d’albergo o in pensioni fatiscenti, e peregrinando da una città all’altra d’Italia.
Teresa a un certo punto cercherà di tirarsi fuori da quegli ambienti miseri, ma non ne sarà in grado perché la sua vita è in strada e il suo approccio con la realtà sempre sereno, sguaiato l’ha comunque sempre aiutata a risollevarsi dalle brutture e dalle violenze quotidiane.
Anche per questo romanzo, come per le altre storie di donne vagabonde, mi chiedo se non fosse stata migliore una vita senza esperienze così traumatiche come il manicomio criminale, il sottostare alla sopraffazione del più forte nei sobborghi cittadini, la violenza…
