Inserito da: yuko86 | 10 Ottobre 2008

La Camera di Sangue

La Camera di Sangue di Angela Carter

 

Immagine di La camera di sangue

 Pagine: 192

 ISBN:8807012979

 EAN:9788807012976

 Editore:Feltrinelli

 

 

Estratto(dal primo racconto):

La camera di sangue 

Ricordo come passai quella notte: sveglia nel vagone letto, cullata dall’e-stasi di un’eccitazione dolcissima, la guancia avvampante premuta contro il cotone immacolato del cuscino e il cuore impazzito che batteva al ritmo incessante dei pistoni pesanti del treno in corsa dentro la notte, via da Parigi, lontano dalla mia infanzia, dalla pace raccolta dell’appartamento di mia madre, verso l’imperscrutabile terra del matrimonio.
Ricordo anche la tenerezza con la quale immaginai mia madre muoversi lenta, frattanto, nella cameretta che avevo lasciato per sempre; la vidi ri-piegare e mettere via le mie piccole reliquie, gli abiti gettati alla rinfusa che non avrei indossato mai più, gli spartiti ai quali non avevo trovato un posto nei bauli, i programmi dei concerti che avevo abbandonato; indugiava con lo sguardo davanti a un nastro rosso sgualcito, o a una fotografia sbiadita, turbata da quelle emozioni a metà fra la gioia e la sofferenza che prova ogni donna nel giorno del matrimonio della figlia. Del resto, al culmine del mio trionfo di sposa, avevo percepito la fitta lancinante della perdita, come se nell’attimo in cui lui mi infilò l’anello al dito avessi in qualche modo cessato di essere figlia per poter diventare moglie.
Sei proprio sicura, mi aveva chiesto quando ci consegnarono l’enorme scatola dell’abito nuziale che lui mi aveva regalato, tutto avvolto nella carta velina e infiocchettato di nastro rosso come un dono natalizio di frutta candita. Sei proprio sicura di amarlo? C’era anche un vestito per lei: di seta nera, iridata, di quella lucentezza opaca e multicolore dell’olio nell’acqua, più raffinato di qualsiasi cosa avesse mai indossato dai tempi della sua avventurosa fanciullezza in Indocina, come figlia di un ricco coltivatore di tè. La mia indomita madre, altera come un’aquila; quale altra studentessa del Conservatorio poteva vantare una madre che avesse affrontato un manipolo di pirati cinesi, assistito la popolazione di un intero villaggio contagiato dalla peste, sparato personalmente a una tigre mangiatrice di uomini, il tutto prima di avere la mia attuale età?
«Sei sicura di amarlo?»
«Sono sicura di volerlo sposare.»
E non volli dire altro. Lei sospirò, come se cedesse con riluttanza all’idea di bandire finalmente lo spettro della miseria che aveva fatto della nostra parca tavola la propria abituale dimora. Perché lei a suo tempo si era gioiosamente, scandalosamente ridotta in povertà per amore; e un bel giorno, il suo valoroso soldato non era più tornato dalla guerra, lasciando a moglie e figlia un’eredità di lacrime che non s’asciugarono mai del tutto, una scatola da sigari piena di medaglie e una vecchia pistola d’ordinanza che mia madre, resa meravigliosamente eccentrica dalle difficoltà della vita, teneva sempre con sé nella borsa a rete, nell’eventualità, come solevo schernirla, di un agguato di banditi sulla via di casa quando faceva ritorno dalla bottega del droghiere.
Di quando in quando uno sfavillio di luci inondava le tendine tirate del finestrino, come se la compagnia ferroviaria avesse voluto illuminare a giorno tutte le stazioni di passaggio in onore alla sposa. La camicia da notte di raso, appena scartata dal suo involucro, mi era scivolata sulle spalle e sui seni appuntiti di ragazza, liscia e pesante come una veste d’acqua, e adesso mi accarezzava provocante, insinuandosi tra le mie cosce, mentre mi rigiravo inquieta nella cuccetta. Il suo bacio, quel bacio con la lingua e i denti, ruvido di barba, era stato una specie di allusione, benché squisitamente discreta come il dono della camicia di raso, della notte di nozze, voluttuosamente rimandata a quando ci saremmo coricati nel grande letto ancestrale della sua turrita dimora cinta dal mare, e lontana, oltre il confine della mia immaginazione… quel luogo magico, il castello fatato dalle mura di schiuma, quel maniero leggendario che gli aveva dato i natali. E al quale, un giorno, avrei potuto garantire un erede. La nostra destinazione, il mio destino.[...]

Mia Impressione:

Questa raccolta del 1979 comprende i racconti:
-La Camera di Sangue
-La Corte di Mr Lyon
-La Sposa della Tigre
-Il Gatto con gli Stivali
-Il Re degli Gnomi
-La Bambina di Neve
-La Signora della Casa dell’Amore
-Il Lupo Mannaro
-La Compagnia dei Lupi
-Lupo-Alice

Lo stile della Carter è decisamente fluente:talvolta diretto, talvolta arzigogolato ma mai pesante. Questi racconti riprendono storie che tutti noi conosciamo rivisitandole in chiave, per così dire, “gotica”, arricchendoli di immagini cupe e di avvenimenti che di certo non sarebbero mai potuti comparire nelle trasposizioni Disney. Personalmente, ho gradito più alcuni racconti rispetto ad altri:La Camera di Sangue, che narra la storia i Barbablu, Il Gatto con gli Stivali, che presenta in tutto e per tutto un gatto molto simile a quello del moderno Shrek, La Bambina di Neve, che, seppur molto breve, si presenta intenso e ti spiazza completamente, La Signora della Casa dell’Amore, in assoluto la mia preferita, in cui la protagonista è una vampira costantemente affamata,ed infine Il Lupo Mannaro, che stravolge la storia di Cappuccetto Rosso, dipingendola come aggressiva e opportunista. Questi racconti sono molto brevi ma ci danno un gustoso affresco della storia e talvolta, alla fine, lasciano un brivido.


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