Inserito da: cabepfir | 4 Giugno 2008

La sfida del mercoledì

Schiavo d’amore, di Somerset W. Maugham

 

Il titolo italiano del primo romanzo importante di Maugham fa pensare ad una torrida storia di amore fatale, ambientata in una località decadente come la Venezia fin de siècle in un ipotetico romanzo di Gabriele d’Annunzio. Il titolo originale (Of Human Bondage), molto bello nella sua semplicità, lascia immaginare un pacato trattato di uno stoico che si è liberato delle passioni terrene per la contemplazione delle verità celesti.

Schiavo d’amore non è nulla di tutto questo. È la storia di un uomo mediocre, Philip Carey, i cui interessi nella vita sono, per parafrasare un passo dei Fiumi della guerra di George RR Martin, rimuginare sui presunti torti subiti e prendersela con le donne che hanno la sventura di incontrarlo. I torti subiti sono l’essere affetto da un piede equino (che continuo ad ignorare cosa sia), l’essere orfano ed essere stato allevato dallo zio prete, un uomo gretto e del tutto privo di immaginazione. Il nostro Philip non è che di immaginazione ne abbia granché di più, ma soprattutto gli manca una qualsiasi forma di risolutezza. Da adolescente, in conseguenza dell’educazione ricevuta, sviluppa una qualche parvenza di sentimento religioso, ma poi rifiuta di entrare in seminario e va invece in Germania a studiare il tedesco. Non si capisce a cosa gli serva l’esperienza. Tornato in Inghilterra, entra come contabile in una ditta. Manco questa cosa gli va molto a genio, quindi, ricordandosi che da bambino aveva fatto degli acquerelli come l’80% della popolazione occidentale, si convince di essere dotato di un grande talento artistico e va a Parigi per imparare il mestiere del pittore. Dopo due anni capisce che non sarà mai Michelangelo e, con uno spirito eroico pari a Costantino V che fece il gran rifiuto, torna a Londra e si mette a studiare medicina. Logico e lineare, no? Dopo un paio d’anni di università va in bancarotta e gli tocca, somma sventura, lavorare in un grande magazzino. Ma poi, ricevuta l’eredità alla morte dello zio (gretto e meschino, così differente da Philip), si laurea e, per la sventura dei suoi pazienti, inizia ad esercitare il nobile mestiere di Ippocrate.

L’incostanza che Philip dimostra nelle sue esperienze lavorative e verso la propria filosofia di vita (da fervente cristiano Philip si fa prima miscredente, poi ateo, infine capisce la grande verità che nella vita non c’è significato), non intacca invece i suoi rapporti con le donne, dominati da un’unica, costante nota di sottofondo: il profondo disprezzo che Philip prova per esse e il suo bieco maschilismo. Schiavo d’amore è il libro più maschilista che io abbia mai letto. Nonostante tutte le sue proteste, Philip continua a sentirsi parte della classe sociale dei gentleman, eppure mai cerca una donna della sua stessa classe, mai cerca una compagna da trattare da pari a pari, una che consideri al suo stesso livello intellettuale (Philip crede di essere dotato di profonda cultura ed intelligenza). Le sue esperienze invece sono prima con un’istitutrice, poi con una pittrice innamorata di lui che si suicida per povertà, poi con una vedova scrittrice di romanzetti da quattro soldi, quindi con una cameriera (Mildred, la presunta femme fatale del romanzo) e infine con una ragazzotta del borgo che gli ha dato la sua verginità (l’unica) e che lui sposa. Di fronte a questo, Philip cerca invece sempre di stare al centro di un contesto omosociale al suo stesso livello: Philip cerca l’approvazione degli altri uomini, e ha sempre infinitamente più rispetto dei suoi amici maschi di quanto ne abbia per le sue donne. Non che, naturalmente, il romanzo proponga quello che Philip fa come la regola generale di comportamento: anzi, ho il sospetto che spinga il lettore proprio a trovare tutte le crepe nel comportamento di Philip, e soprattutto a riconoscere a quale assurdo livello fosse arrivato il maschilismo ottocentesco, che fa sì che Philip consideri naturale ricercare l’amicizia di uomini al suo stesso livello e l’amore di donne inferiori. Schiavo d’amore credo in realtà che smascheri proprio come, adattandosi all’amore di donne inferiori, Philip sia diventato inferiore anche lui.

Il concetto di donne inferiori e uomini superiori lo troviamo anche nel Velo dipinto, però da una prospettiva inversa. Mentre in Schiavo d’amore il punto di vista è sempre quello di Philip (tranne alcune frasi che il narratore presenta dal pdv di altri personaggi e che suonano strane per questo), il pdv nel Velo dipinto è quello della donna inferiore (Kitty) che ha sposato un cosiddetto uomo superiore, Walter Fane. Ovviamente il lettore ci metterà poco a scoprire che il cosiddetto uomo superiore è in realtà uno schifo ambulante e che Kitty la vince su tutti i piani.

Ma il Velo dipinto è un romanzo che supera in tutti i sensi Schiavo d’amore: è scritto meglio, è più stringato, più chiaro, si impantana meno in pagine inutili. Schiavo d’amore risente troppo del fatto di essere per metà un libro autobiografico, è appesantito da quella che doveva essere la difficoltà dell’autore a distaccarsi dagli avvenimenti della sua stessa giovinezza mettendoli in forma romanzesca. Come il suo protagonista, è un romanzo goffo, che si legge senza difficoltà, ma senza neanche troppo interesse. Non è uno di quei romanzi che ti tengono inchiodato, pagina dopo pagina, perché devi sapere cosa succede dopo.   

Il finale dell’opera, poi, è una collezione di stereotipi del romanzo ottocentesco: trascinato dall’incontrollabile sua sensualità (perché secondo il double standard la sensualità dell’uomo è naturale e naturalmente incontrollabile, quella della donna è innaturale e va controllata) Philip svergina la figlia maggiore del suo mentore Athelny (una delle tante figure finto-paterne di cui il protagonista si circonda), Sally, e poi le offre un matrimonio riparatore, dato che ormai è diventato un medico e, con la conquista della riconoscibilità sul piano delle relazioni sociali maschili, può anche concedersi un matrimonio che gli doni rispettabilità. La cosa più disgustosa sono i commenti di cui è circonfusa la promessa sposa: tutte similitudini vegetali, per lo più, che tramutano Sally in una sorta di dea pagana (altra tipica idea ottocentesca, quella della dea pagana che si trasforma in donna e accalappia un uomo mortale) della fertilità e della natura. Quanto alla relazione con Mildred, è quasi inimmaginabile il grado di abiezione cui scende Philip, che si rifiuta di avere rapporti sessuali con questa donna perduta che è stata già di altri, mentre cerca disperatamente di salvarla da se stessa, di fare papà Germont con la Traviata. Maschilismo 100% doc. Alec d’Urberville acquista sempre più in altezza morale al confronto di questi grand’uomini da quattro soldi.  


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