Inserito da: Zeruhur | 23 Aprile 2008

L’eleganza del riccio

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L’eleganza del riccio
Muriel Barbery

Edizioni E/O, 18 €

Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… Dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, per l’esattezza). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda.
Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.
Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo.

L’eleganza del riccio è un libro apparentemente semplice che cela diversi livelli di lettura. Il primo, superficiale, ha portato alcuni a disprezzarlo e altri a fraintenderlo. Eppure non c’è snobismo o pedanteria, non c’è intenzione di sminuire il lettore e di ridurlo a spettatore ignaro e passivo.
Certamente lo studio della filosofia aiuta a comprendere alcni passaggi in maniera più completa, giacché la Barbery ha la tendenza di esporre le proprie istanze filosofiche per bocca delle sue protagoniste che a volte sembrano la personificazione dell’autrice più che il loro personaggio.
Il succo però è che la Barbery vuole sottolineare come la cultura sia alla portata di tutti, se si ha la volontà di perseguirla, e non solo appannaggio di accademici paludati. Non è quindi snobismo, tutt’altro. Anzi dietro alle persone più insospettabili può celarsi una persona colta.
Forte quindi è il tema della maschera assunta dalle due protagoniste. Una si cela sotto l’apparenza dello stereotipo più classico della portinaia, sciatta e ignorante, dedita alla televisione e non troppo sveglia. All’altra, una dodicenne assai precoce, il gioco riesce più difficile in quanto celare la propria intelligenza, ridurla a standard normali è impossibile.
Questo porta Paloma alla constatazione della mediocrità della propria famiglia e combattuta tra la sua maturità mentale e il classico disagio adolescenziale, decide di farla finita portando con sé le certezze materiali dei mediocri genitori.
A svelare entrambe non a casa sarà un ricco e colto giapponese. La maschera infatti è un tema dominante della società nipponica.
Saranno quest’ultimo e Reneè la portinaia a introdurre Paloma a un mondo diverso.
La narrazione è divisa tra le voci delle due donne, l’una in prima persona, l’altra sotto forma di diario. Il risultato è un romanzo ricco di significati e di delicate sensazioni che si legge d’un fiato.


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