Inserito da: Zeruhur | 13 Aprile 2009

L’illusione di Dio

L’illusione di Dio
Richard Dawkins
Oscar Saggi, Mondadori, 10 €

Da quando è uscito L’illusione di Dio, Richard Dawkins non è più soltanto uno scienziato famoso, un brillante divulgatore e uno degli intellettuali più influenti del nostro tempo: è diventato l’ateo più celebre del mondo. Ma lo scopo di questo libro non è solo dimostrare, con argomentazioni provocatorie e uno stile piacevole ed efficace, l’assoluta improbabilità dell’esistenza di un essere superiore, creatore del cielo e della terra; è soprattutto quello di denunciare come ogni forma di religione possa trasformarsi in fondamentalismo, fomentare guerre, condizionare le menti dei bambini. Una critica radicale, condotta con grande intelligenza e humour, che prende in esame tutte le più importanti argomentazioni a favore dell’esistenza di Dio, dimostrandone l’inefficacia. In queste pagine Dawkins mette a frutto la propria competenza e passione di scienziato per mostrarci come nessuna religione potrà mai dare una comprensione più profonda e uno stupore più commosso per le meraviglie del mondo di quella che ci consente la conoscenza scientifica.

Non trovo imbarazzo del definire il saggio di Richard Dawkins come una pietra miliare di storia della religione, filosofia etica e biologia.
Se il collegamento tra le prime due branche del sapere è intuibile, quello con la biologia diviene chiaro seguendo le argomentazioni dello scienziato.
Con un linguaggio mai banale, ma non per questo pedante, il famoso biologo evoluzionista affronta l’argomento spinoso per eccellenza. Mai come in questo momento è necessario affrontare il problema filosofico/pratico dell’impatto delle religioni sulla nostra vita.
Accusato di essere un ridicolo manifesto di quella corrente, peraltro mai auto—affermatasi, del cosiddetto new atheism che vede come presunti esponenti, tra gli altri, scienziati di fama come Sam Harris e Daniel Dennet, L’’illusione di Dio è un tentativo di trattare con rigore argomentativo e onere della prova la natura della religione. E’ da sottolineare il fatto che Dawkins stesso si concentra sulle tre religioni abramitiche. Non tratta in alcun modo, se non nell’introduzione, le posizioni panteistiche, liquidandole come “ateismo sessualmente attraente”. Questa forse è una delle poche pecche del saggio, d’altronde è comprensibile la volontà di chiarezza nei confronti di un pensiero che benché separato dall’ateismo, sarebbe giustamente scorretto accomunare al teismo.
La seconda pecca riguarda il ragionamento sulla non esistenza di Dio. Mentre Dawkins ha gioco facile nel confutare le dimostrazioni a favore dell’esistenza di Dio, non apporta tuttavia argomentazioni decisive per sostenere l’ateismo, ma tuttalpiù l’agnosticismo.
Decisamente più interessanti il capitolo sulle cause biologiche e memetiche della religione e i due nutritissimi capitoli sull’etica secolare, concludendo con una trattazione dell’influenza memetica della religione sull’infanzia.
A chi è indicato L’illusione di Dio? Difficilmente al fedele convinto, ma potrebbe interessare i credenti scettici e gli agnostici timidi. Per gli atei rappresenta più che altro un compendio argomentato che raccoglie in maniera organica ciò che ogni ateo solitamente arriva a capire da solo dopo lunghi ragionamenti.

Inserito da: isabelletostin | 22 Marzo 2009

Cuore d’inchiostro

Cuore d’inchiostro

Cornelia Funke

Mondadori, 16 € [485 p.]

 

Un libro che parla dell’amore per i libri? Anche se destinato ad un pubblico adolescente non potevo farmelo scappare!
L’ho finito di leggere domenica scorsa e devo dire che per un target di lettori in età giovanile è davvero un libro azzeccatissimo, per lettori già adulti invece è facile notare alcune pecche.

La storia di Meggie e di suo padre Mo, catapultati in un’avventura fantastica “per colpa” del loro bizzarro potere – riescono, leggendo ad alta voce, a dar vita ai personaggi di carta di cui leggono le storie – è veramente troppo lunga per quello che in realtà succede realmente; sono troppi i passaggi in cui ci si dilunga inutilmente e ammetto che è stato facile (negativamente parlando) iniziare con nonchalance a vagare con gli occhi sulla pagina, a saltare alcune descrizioni e ad andare a cercare solo i dialoghi. 

Inoltre lo stile della Funke è fin troppo spicciolo, troppo “bambinesco”. E va bene che il libro lo leggeranno i bambini fino al massimo i sedici anni, però un po’ più di virtuosismi linguistici non guasterebbero visto anche che per tutte le 485 pagine del racconto il fulcro è sempre l’inno ai libri, alla cultura e alla lettura [da notare come i cattivi del racconto non sanno leggere...!].

Indubbiamente però “Cuore d’inchiostro” ha dei pregi che piaceranno a chiunque si avvicini al libro, ad esempio l’elemento fantastico viene introdotto nel racconto in maniera anomala e spassosa allo stesso tempo: la piccola Meggie non si chiede perché mai il padre venga soprannominato da dei loschi figuri con il nome di Lingua di Fata, né le sembra stranissimo che un amico di Mo spuntato da chissà dove venga accompagnato da una martora con un paio di cornina in testa… anzi, invece di gridare e pensare di essere finita in un incubo, Meggie prende questi elementi come uno sprone per capire cosa suo padre le stia nascondendo e pian piano il lettore accetta queste stramberie e viene trascinato con divertimento all’interno della storia. 

Poi il solo fatto di inventare una favola in cui gli uomini possono “materializzare” realmente i loro personaggi preferiti dai libri l’ho trovato bellissimo! Senza tenere conto che in questo libro ci sono due storie che si intrecciano, quella nel mondo reale con Meggie, Mo, la zia Elinor, ecc… e quella del libro da cui i cattivi sono usciti, che si chiama appunto “Cuore d’inchiostro”.

In conclusione: il libro è partito maluccio per via di uno stile un po’ troppo legnoso e sproloqui che ti prosciugavano la voglia di proseguire dal cervello, chiudendo il volume sull’ultima pagina però mi sono accorta quanto la Funke sia stata fantasiosa a creare un libro ricco di colpi di scena (sì vabbeh, tra un colpo e l’altro passavano sessanta pagine, ma va bene lo stesso!) e che per fortuna il tomone è autoconclusivo quindi mi posso anche (forse…) risparmiare di leggere i successivi due volumi. XD

Inserito da: isabelletostin | 22 Marzo 2009

Trilogia della Fondazione | Effi Briest

Trilogia della Fondazione

Isaac Asimov

Oscar Mondadori, 13.40 €

 

Per ora (a gennaio 2009) ho letto solo il primo volume, “Prima Fondazione”.

L’ho trovato complicato e non lineare, soprattutto per la tecnica narrativa che si basa esclusivamente sulle infinite conversazioni tra i personaggi; la storia quindi si svolge in base ai dialoghi e di azione vera e propria non ce n’è. Documentandomi in rete ho scoperto inoltre che i capitoli che compongono l’intera trilogia sono in realtà dei racconti brevi che, letti poi di seguito, ripercorrono tutta la storia della Fondazione.  

Anche se tutti gli elementi per capire il passato, il presente e i buchi temporali lasciati tra un racconto e l’altro vengono illustrati abbondantemente dai colloqui tra i personaggi, a mio parere è proprio questo che rende il libro lento e poco avvincente. Avrei preferito che il racconto fosse più dinamico, anche con qualche descrizione in più, perché leggere solo scambi di battute io l’ho trovato molto difficile da sostenere.

Senza dubbio però ci sono spunti davvero interessanti (la psicostoria, le lotte tra le galassie, la civiltà minacciata dalla perdita del sapere), ma purtroppo il mio giudizio finale – per questa prima parte della storia – non è del tutto positivo.

Effi Briest

Theodore Fontane

I grandi libri, Garzanti [regalo!]

 

C’ho spremuto sopra le meningi dal 1° al 10 gennaio. Poi ho capito che non valeva la pena continuare.

Mi spiace perché il libro mi era stato regalato e buttarlo nella libreria senza averlo nemmeno terminato mi sembra di fare uno sgarbo alla persona che me l’ha dato in dono, però… ragazzi… che racconto prolisso!!

Per Effi poi non trovo nessuno motivo che me la faccia piacere: bambinetta ingenua che pensa ai giochi e all’altalena ancora quando sta addirittura allattando la figlia nata da poco; data in sposa a un uomo coetaneo della madre che era addirittura un suo ex pretendente (ma che genitori aveva la poverina???).

E poi l’indagine psicologica approssimativa e le lungaggini per me (nata nel 1981 e non nel 1895) incomprensibili sulla disputa religiosa in Prussia e la sua situazione politica… un quadro insostenibile!

Per capire il romanzo bisognerebbe essere laureati o appassionati di storia prussiana…

Inserito da: isabelletostin | 15 Marzo 2009

Le tribolazioni di una cassiera

Le tribolazioni di una cassiera

Anna Sam

Corbaccio, 12.60 €

 

La francese Anna Sam sta furoreggiando in tutta Europa con il libro tratto, oh pardon, copiato dal blog che ha tenuto per diversi anni e in cui riversava aneddoti, critiche, sfoghi, vademecum sulla vita delle cassiere dei grandi magazzini.

Lei cassiera lo è stata per otto anni, ora, buttatasi nel mondo dell’editoria, si è licenziata per occuparsi a tempo pieno del suo nuovo lavoro: fare la scrittrice.

Non molti giorni fa è arrivata anche a Roma e poi Milano per delle interviste, quindi si può dire che la sua nuova carriera va a quasi gonfie vele (mi viene in mente Maccio Capatonda! qui), se non fosse che le prime critiche italiane del libro (scritte da comuni lettori) che circolano in rete non sono del tutto convincenti…

Devo dire che non sono nemmeno io molto entusiasta di “Le tribolazioni di una cassiera”.

L’ho letto praticamente in quattro ore – fra le quali ho fatto pure altro! – per cui in termini di tempo non è un’impresa così dispendiosa e impegnativa; è un libro molto scorrevole, forse troppo, e la brevità dei capitoli aiuta il lettore a non mollare la presa.

A non avermi convinta però è quello che sta alla base del racconto, quello su cui la Sam ha costruito tutto il manualetto di sopravvivenza/denuncia: il dover sempre e comunque parlar male e criticare con cattiva, astiosa ironia il sistema della grande distribuzione e il lavoro di cassiera.

Dal libro si deduce che l’impiego di cassiera è avvilente, degradante, senza possibilità di sviluppo di carriera, fondato sull’alienazione del singolo e quindi ad esempio anche se ti trovi a lavorare con trenta altre colleghe contemporaneamente non riuscirai mai a fare amicizia con loro.

In totale è un lavoro da cavia da laboratorio, senza parlare delle regole che vigono nei supermercati/grandi magazzini che sono al limite della violazione dei diritti umani.

Il problema è che la Sam ha fatto questo lavoro per otto anni e adesso mi viene a dire che è una merda e che nella vita è meglio aspirare ad altro???

Vuol dire che tutte le/i cassiere/i di questo mondo sono dei falliti se hanno scelto di lavorare in questo campo? Anche se alla fine del libro scrive che con il suo racconto spera di aver messo in buona luce e aver fatto rivalutare il lavoro di cassiera a me non sembra, è solo una continua spalata di merda su un ambiente che lei ha ben frequentato per tanto tempo prendendo comunque lo stipendio anche se non accettava pienamente di lavorare lì.

Insomma, è il tipico caso a cui si affibbia il modo di dire “sputi nel piatto in cui hai sempre mangiato”.

Sono proprio curiosa di vedere cosa pubblicherà prossimamente questa scrittrice (e quando dico “scrittrice” non lo dico in maniera ironica, ormai è un dato di fatto che sia diventata autrice), tenendo conto che questo libro è solo il copia-incolla di quanto aveva già scritto nel suo blog

Inserito da: isabelletostin | 15 Marzo 2009

Memorie di una ladra

Memorie di una ladra

Dacia Maraini

Superbur, Bur, 7.80 €

 

Nell’ultimo anno ho letto diversi libri con protagoniste femminili, questo romanzo di Dacia Maraini – molto diverso per stile e argomento dagli altri suoi letti in passato – mi ha colpito particolarmente perché è basato sulla vera testimonianza di una detenuta che la Maraini aveva incontrato per caso durante un’inchiesta da lei stessa condotta riguardo le carceri femminili italiane iniziata alla fine degli anni ’60.

Alla storia di Teresa, questo il nome della donna, sono state inserite anche altre storie sentite nelle stesse prigioni.

Teresa racconta la sua vita dal momento della nascita nel 1918 in una famiglia povera e numerosissima, poi via via ripercorrendo la sua infanzia fino all’età matura nel primi anni ’70 (il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1973).

Nella vita di Teresa è successa ogni cosa, ma l’episodio che fa scaturire tutto è quello avvenuto all’età di diciotto anni, in cui finisce per strada dopo un litigio col padre che aveva deciso di risposarsi dopo esser rimasto vedovo. Viene così attirata dalle buone promesse di un giovane ragazzo della zona che la introduce nella sua famiglia; questo però punta solo alla dote della ragazza e quando per sbaglio Teresa rimane incinta tutti i famigliari capiscono che in realtà lei è stata effettivamente diseredata dal padre.

Il matrimonio però si fa lo stesso, ma senza la certezza di un ritorno economico il giovane e la sua famiglia non sono intenzionati a mantenere Teresa che, partorito il figlio che aspettava, viene rinchiusa con assurdi raggiri in manicomio.

Da lì riuscirà ad uscire con l’aiuto di uno dei suoi fratelli e riconciliatasi col marito cercherà di sistemare la sua vita con il costruire un nucleo famigliare adeguato per il bambino appena nato.

Questo però per mancanze sue e dello stesso marito non avverrà mai. Il bambino crescerà praticamente con le zie paterne e i due continueranno a vivere alla giornata, senza quasi uno scopo per il futuro.

Mentre sullo sfondo l’Italia cambia, scoppia la Seconda Guerra Mondiale, arriva il boom economico degli anni ’60, Teresa continua a vivere ai limiti della società con un passato e un presente da borderline, vivendo di furti e truffe che non sempre le riescono bene. Trascorrerà così diversi anni della sua vita in carcere – passando anche per il manicomio criminale – in atmosfere violente e dove la promiscuità sessuale è alla base di quella vita quotidiana rinchiusa fra quattro mura; quando non è in galera Teresa si divide tra il ricordo del figlio, che con il pensiero non abbandonerà mai, la frequentazione della Roma dei bassifondi tra ladri, prostitute e truffatori, quasi tutti alloggiati in squallide stanzette d’albergo o in pensioni fatiscenti, e peregrinando da una città all’altra d’Italia.

Teresa a un certo punto cercherà di tirarsi fuori da quegli ambienti miseri, ma non ne sarà in grado perché la sua vita è in strada e il suo approccio con la realtà sempre sereno, sguaiato l’ha comunque sempre aiutata a risollevarsi dalle brutture e dalle violenze quotidiane.

Anche per questo romanzo, come per le altre storie di donne vagabonde, mi chiedo se non fosse stata migliore una vita senza esperienze così traumatiche come il manicomio criminale, il sottostare alla sopraffazione del più forte nei sobborghi cittadini, la violenza…

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